Le guardo.
Sono quasi ottanta, e ogni volta che entriamo nella sala del Centro sociale allo Sperone mi sembra di camminare dentro un’onda. Un’onda bianca, larga, viva.
Lì dentro ci siamo tutte: sorelle, madri, figlie.

Ci sono le donne in carico all’UIEPE, con ferite che non si dicono e schiene forti come pareti antiche. Arrivano con lo sguardo attento, controllato, ma appena aprono la bocca cade tutta la corazza e resta la donna.
E non c’è niente di più vero della donna nuda di paura.
Una di loro, un giorno, è arrivata con le figlie.
Le due più grandi le si sono sedute accanto come primavera che cresce.
E io ho pensato:
“È così che si cura un destino.
Così si cambia una genealogia.”
Ci sono poi i mariti lontani, dietro a cancelli di ferro: Palermo, e oltre Palermo, altri luoghi che non conosco.
Eppure quelle donne vengono lo stesso, precise, presenti.
E mentre parlano degli abiti, io vedo negli occhi la stanchezza dell’attesa — ma anche il bagliore di un mondo che non si rassegna.
Attorno, mischiate senza gerarchie, ci sono professoresse, avvocate, mediche, impiegate, ingegnere, funzionarie, veterinarie, pensionate, bambine, ragazzine, e anche un uomo, un insegnante che ascolta più di quanto parli.
Siamo una tribù imprevista.
Ogni volta che ci incontriamo al centro sociale per le prove stravolgiamo le leggi della distanza sociale:
qui nessuna vale più di un’altra.
Il momento più forte è stato quando hanno scelto il nome dell’abito.
Una parola sola.
Una parola capace di dire la pelle.
Una parola breve, capace di entrare dentro un tag di stoffa che loro stesse hanno realizzato nel laboratorio di cucito.
Le abbiamo viste chiudere gli occhi, come per prendere qualcosa da dentro.
Poi, una alla volta, dichiarare:
Ago. Alba. Fatica. Forza. Mare. Libera. Radice. Fiera.

E in quell’istante gli abiti hanno smesso di essere stoffa:
sono diventati identità cucite a mano.
Io tremavo ripensandoci.
Perché era troppo.
Troppo vero, troppo grande, troppo vivo.
Il bianco, addosso a loro, non è purezza.
È promessa.
È mano sul cuore e sguardo avanti.
È la pagina dopo la colpa.
È la dignità di chi casca e si rialza,
di chi sa che la libertà vera non è un cancello aperto,
ma un nome scelto da sé.
Il 23 dicembre entreranno in scena.
E io già so cosa vedrò:
vedrò le madri che camminano con le figlie,
vedrò la periferia diventare giardino,
vedrò la giustizia farsi umana,
vedrò ottanta battiti sincronizzarsi in un solo respiro,
vedrò un teatro che non racconta una storia — la crea.
Questo è Abiti RiBelli.
Non moda.
Non spettacolo.
Non beneficenza.
È un rito.
È una rivoluzione educata.
È una ribellione che abbraccia.
È una donna che dice “io ci sono” mentre il mondo tenta di cancellarla.
E io, in mezzo a loro, sento che il bianco non chiude niente:
il bianco apre.
E mentre lo scrivo, la mia voce trema.
Ma è un tremore buono,
quello che ti dice che stai facendo la cosa giusta,
anche se fa paura,
anche se nessuno l’ha mai fatta così.
Perché qui, a Palermo,
abbiamo cucito un futuro nuovo con ago,
respiro,
e ribellione.
E finalmente —
finalmente —
non siamo sole.
Perché qui, una accanto all’altra, abbiamo scoperto che la salvezza non è individuale:
è corale.

Che la cura nasce nello sguardo condiviso,
nel passo sincronizzato,
nella mano che stringe un’altra mano mentre trema.
Non siamo sole perché ci siamo trovate, scelte, riconosciute.
E da adesso in poi, anche quando torneremo ciascuna alla propria vita,
sapremo che la tribù ribelle esiste.
E vive.


