16. La Tribù RiBelle a Villa Niscemi

Ieri siamo tornate, con una buona rappresentanza della Tribù RiBelle, a Villa Niscemi.

Come negli anni scorsi per Le donne della Cala o La nascita nella Palermo antica, abbiamo avuto il privilegio di fare una passeggiata culturale guidate dalla generosa competenza della storica e scrittrice Maria Oliveri, studiosa appassionata della nostra città.

Quello che ci ha offerto non è stato un percorso da manuale, ma uno sguardo: curioso, libero, innamorato di Palermo.

Uno sguardo che tiene insieme luce e ombra.

E noi, io per prima, abbiamo camminato come ascoltatrici attente, lasciando che le storie sedimentassero.

Abbiamo iniziato dalla Galleria Scafidi, visitando la mostra itinerante Abiti RiBelli e lasciandoci coinvolgere dalla voce viva di Monica Garraffa e Claudia Pilato.

Perché Villa Niscemi non è solo una dimora aristocratica: è un teatro di vite potenti, fragili, contraddittorie. E fino al 28 febbraio ospita anche questa storia di stoffe, corpi e identità.

Qui hanno vissuto protagonisti che sembrano usciti dalle pagine del Gattopardo:

Corrado Valguarnera e Maria Favara, quelli che molti riconoscono come i “Tancredi e Angelica” della Palermo reale. Aristocratici, mondani, bellissimi.

Tra feste, ricevimenti, tè eleganti, cavalli e politica.

Tra salotti illuminati e un mondo che stava cambiando.

Quando vissero nella tenuta erano gli anni dei garibaldini, dell’Unità d’Italia, delle trasformazioni profonde. L’aristocrazia siciliana cercava di restare al centro mentre tutto mutava attorno.

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”: qui quella frase non è letteratura, è atmosfera.

Per capire Villa Niscemi bisogna tornare ancora più indietro, a quando la Piana dei Colli era il luogo della villeggiatura dell’aristocrazia palermitana. La Casena dei Colli era il cuore di questo sistema: aria più fresca, campagna, agrumeti, acqua, distanza dalla città e dalle epidemie. Qui si veniva a vivere la stagione della bellezza e della rappresentanza.

La proprietà nasce come baglio agricolo della famiglia Sanfilippo e passa poi, attraverso alleanze familiari, ai Valguarnera, che la trasformano in residenza di villeggiatura.

Nella tenuta si coltivavano agrumi e melangoli, la ricchezza profumata della Conca d’Oro, quando le ville della Piana dei Colli erano insieme luoghi di villeggiatura e aziende produttive.

Nel Settecento la villa assume la forma attuale, nell’ambito della cultura neoclassica delle residenze di campagna aristocratiche, dove produzione agricola e vita mondana convivevano.

Il contesto è quello della corte borbonica e dell’influenza europea. Palermo è attraversata dalla presenza di Maria Carolina d’Austria, sorella di Maria Antonietta, che durante la permanenza della corte contribuisce a diffondere modelli culturali, stili di vita e relazioni aristocratiche legate alle grandi reti europee.

Villa Niscemi vive dentro questo clima: profondamente locale e insieme internazionale.

E poi arrivano gli anni più luminosi. E più fragili.

Le carte della famiglia raccontano anche le crepe dietro lo splendore.

Durante l’autarchia fascista, mentre molti bevevano karkadè al posto del caffè, alla villa arrivavano cioccolata e prodotti stranieri. Il privilegio era evidente.

Eppure, nelle stesse carte, compaiono ricevute del medico pagato per la servitù. Tracce di una gerarchia netta, ma anche di una forma di responsabilità verso chi viveva e lavorava lì.

Ci sono poi le spese per il sarto: importanti, ricorrenti. Non badavano a spese, ma non si buttava via nulla. Gli abiti si aggiustavano, si adattavano, si conservavano. Una cultura della durata che oggi abbiamo perduto.

Molti figli dei Valguarnera morirono giovani, segnati anche dall’uso della morfina, diffusa tra Ottocento e primo Novecento come medicina e rifugio.

Dietro i ritratti, i saloni e le feste, c’era una fragilità profonda.

Il privilegio non proteggeva dal dolore.

E poi il giardino.

Uno dei più raffinati giardini privati della Sicilia, tanto da essere candidato, nei primi decenni del Novecento, a un importante concorso internazionale di giardini storici. Un orgoglio botanico, curato come un’opera d’arte.

Quando Corrado, dopo la caduta della monarchia, ormai trasferito in America e tornato a Palermo solo per periodi di vacanza, morì, si racconta che al funerale — nonostante il caldo — si presentò tutta l’aristocrazia cittadina.

E la leggenda dice che poco dopo i fiori del giardino iniziarono a morire, uno dopo l’altro. Come se quel mondo avesse perso il suo respiro.

Il Corrado che tornò a morire a Palermo era il nipote del Corrado dell’epoca garibaldina.  Nelle famiglie aristocratiche i nomi passano di generazione in generazione, come le case, i giardini, le memorie. Così lo stesso nome ha attraversato due stagioni opposte: quella dell’ascesa, tra Unità d’Italia e splendore mondano, e quella del tramonto, tra guerre, esilio e fine di un mondo.

Camminando tra quelle stanze ho sentito tutto insieme:

feste e lutti, potere e vulnerabilità, generosità e distanza sociale.

E ho pensato che il senso della nostra presenza lì, oggi, è proprio questo.

Villa Niscemi è stata per secoli la casa di una sola famiglia. Un luogo per pochi privilegiati. Un mondo chiuso, elegante, europeo e profondamente palermitano.

Dal 1987 è patrimonio del Comune.

Da residenza aristocratica a spazio pubblico.

Da simbolo di distinzione a memoria condivisa.

Entrare oggi in quei luoghi non da turiste ma da cittadine è un gesto politico dolce e potente.

Perché la cultura è per tutti.

Non è un salotto.

Non è un privilegio ereditato.

È memoria viva.

E forse, mentre camminavamo tra quelle stanze, ho pensato anche questo:

che Corrado e Maria, così splendidi e così fragili, così immersi nel loro tempo eppure costretti a trasformarsi per sopravvivere ai cambiamenti, sono stati anche loro, in qualche modo, parte di una tribù ribelle.

Ribelli nel modo aristocratico e contraddittorio del loro tempo, certo.

Ma attraversati dalla stessa tensione tra conservare e cambiare, tra appartenenza e trasformazione.

Le tribù ribelli fanno così:

non cancellano il passato e non lo giudicano in modo semplice.

Lo attraversano. Lo interrogano.

E lo restituiscono alla comunità.

Grazie per la disponibilità all’Ufficio del Cerimoniale e delle Relazioni Internazionali del Comune di Palermo

Il contenuto che stai leggendo fa parte del progetto Abiti RiBelli, iniziativa solidale dell’associazione L’Arte di Crescere ODV che valorizza oltre 100 abiti da sposa per finanziare la prima area fitness pubblica e gratuita del quartiere Sperone a Palermo.

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