“Siamo stoffa viva.
Siamo tela cucita di errori e meraviglie.
Siamo il filo che manca e quello che salva.”
dal monologo finale di Abiti RiBelli di Daniela Mangiacavallo
Il 23 dicembre 2025, al Teatro Biondo di Palermo, non è andato in scena uno spettacolo.
È accaduto altro.
Abiti RiBelli è stata un’azione teatrale collettiva, ma soprattutto un processo: lento, stratificato, condiviso. Un attraversamento.
Sessantaquattro donne e un uomo, con età, storie e corpi differenti, hanno portato in scena abiti carichi di simboli e memorie. Abiti che parlano di ruoli assegnati, scelte, rinunce, desideri sospesi. Abiti non esibiti, ma abitati e trasformati.

In quel gesto corale non c’era esposizione, ma relazione.
Non rappresentazione, ma presenza.
Sul palco e dalla platea ci siamo sentite parte della stessa onda: loro immerse nell’attraversamento, io a osservarle mentre accadeva. Quegli abiti, diventati tela bianca, hanno smesso di raccontare il matrimonio per come ci è stato consegnato e hanno iniziato a decontrarlo, a scioglierlo, liberandolo — e liberandoci — dagli stereotipi.
Abiti RiBelli ha funzionato come una maieutica collettiva, capace di far emergere ciò che spesso resta silenzioso: domande sul corpo, sull’identità, sul destino, sul diritto di riscrivere la propria storia.
È stato un atto catartico non perché liberasse da qualcosa, ma perché ha permesso di stare dentro ciò che c’è, senza semplificarlo. Condividere fragilità senza pietismo. Riconoscersi senza spiegarsi. Emozionarsi lasciandosi attraversare. Anche il pubblico è stato parte di questa trama.

In teatro si è aperto uno spazio sicuro e temporaneo, in cui il personale è diventato politico e il simbolico si è fatto concreto. Il teatro ha smesso di stare davanti e si è fatto corpo comune: esperienza incarnata, respiro condiviso, memoria che prende forma.
Da qui, coerentemente, Abiti RiBelli ha scelto di non chiudersi nel gesto artistico.
La trasformazione generata è stata affidata alla città: l’asta degli abiti sostiene l’avvio di un’area fitness pubblica e gratuita allo Sperone. Perché la cura, quando è reale, diventa infrastruttura, possibilità, accessibilità.
Questo attraversamento è stato possibile grazie a chi ha creduto che i processi contino quanto i risultati e che la cultura possa essere uno strumento di trasformazione concreta.
Ciò che è accaduto al Biondo non è replicabile identico.
Ma può continuare.

La restituzione. Il rito del dopo
Dopo il gesto, è arrivato il tempo della restituzione.
Il 9 gennaio 2026 Abiti RiBelli si è ritrovato per ascoltare ciò che era diventato. Le parole delle performer e della regista hanno dato voce a ciò che il corpo aveva già detto: spostamenti intimi, nuove domande, tracce ancora vive. Non bilanci, ma germinazioni.
Tra la consegna degli abiti aggiudicati all’asta e un brindisi condiviso, si è aperto uno spazio di incontro reale tra chi ha attraversato il progetto e chi lo ha sostenuto. Istituzioni, associazioni, realtà del quartiere e della città hanno abitato lo stesso tempo, confermando che Abiti RiBelli non è un’esperienza isolata, ma una trama che tiene insieme arte, cura, diritti e territorio.
Quel pomeriggio non è stato una chiusura, ma una soglia.
Il dialogo continua, così come il legame tra le molteplici realtà che hanno scelto di camminare insieme. Perché ciò che è nato in teatro chiede ancora di essere abitato nel tempo lungo.
Abiti RiBelli non è un evento.
È un modo di stare nel mondo, insieme.


